È finita (e direi per fortuna) l’era del marketing del «compra ora, prima che finisca».
O almeno, mi piace pensare che sempre più persone stiano iniziando a farsi qualche domanda sul modo in cui comunichiamo per promuovere i nostri servizi.
Io me ne faccio una ogni volta che comunico: "Cosa voglio fare del tempo e dell’attenzione che una persona mi sta dedicando? "
Perché ogni volta che pubblichiamo un contenuto, qualcuno ci incontra per la prima volta.
Magari sta cercando una risposta, vuole capire meglio un problema o sta semplicemente cercando di orientarsi tra tante informazioni.
E io credo che questo momento meriti rispetto.
Negli anni ho capito che la comunicazione non comincia quando scriviamo un post, inviamo una newsletter o pubblichiamo un articolo.
Comincia da prima.
Dal modo in cui guardiamo le persone a cui ci rivolgiamo. Da quello che scegliamo di raccontare, dalle parole che usiamo e dall’effetto che vogliamo avere su chi ci legge.
Io ho scelto di partire da qui: incontrare una persona prima ancora di vedere un potenziale cliente.
È anche per questo che mi sono sempre sentita distante da un certo modo di fare marketing.
Quello che ti invita a fare leva sulle paure, amplificare le insicurezze e creare urgenza per convincere qualcuno ad acquistare.
Quello che rischia di trasformare una difficoltà personale in un’occasione di vendita, facendo sentire chi legge sempre un po’ inadeguato e bisognoso di una soluzione.
E questa cosa, soprattutto quando si parla di salute, mi sta particolarmente a cuore.
Perché dietro una domanda, un dubbio o una ricerca online c’è una persona.
Con la sua storia, le sue preoccupazioni e il diritto di ricevere informazioni che la aiutino a capire, valutare e scegliere.
Questo non significa che vendere sia sbagliato.
Vendere permette a un professionista di sostenere il proprio lavoro, mettere a disposizione le proprie competenze e continuare ad aiutare altre persone.
La differenza sta nel modo in cui scegliamo di farlo.
Possiamo comunicare il valore di quello che offriamo senza far leva sulle paure.
Possiamo spiegare perché un servizio può essere utile senza convincere qualcuno di avere un problema che non sapeva di avere.
Possiamo invitare una persona a scegliere senza toglierle lo spazio per farlo consapevolmente.
È il tipo di comunicazione in cui credo.
Ed è il tipo di comunicazione che voglio aiutare le professioniste della salute a costruire: una comunicazione che racconti le loro competenze, il loro approccio e il modo in cui accompagnano le persone, rispettando i principi deontologici della loro professione.
Una comunicazione in cui possano riconoscersi, senza rincorrere ogni tendenza o adottare strategie che non sentono proprie.
Perché il modo in cui lavori con le persone dice qualcosa di te e anche la tua comunicazione dovrebbe riuscire a raccontarlo.
Il mio lavoro è aiutarti a tradurre tutto questo in una comunicazione che faccia capire chi sei, come lavori e quale valore puoi portare alle persone che ti scelgono.